La donna più anziana del mondo (anche se oggi bisognerebbe dire l’ “ex”) se ne è andata a 117 anni e mezzo ma prima di morire ha avuto la gentilezza di mettersi a disposizione della scienza affinché i suoi segreti fossero rivelati. E le informazioni ricavate – diffuse dall’agenzia Adnkronos – rappresentano un patrimonio inestimabile per tutti noi, decisi a stare bene il più a lungo possibile.
I segreti dell’ex donna più anziana del mondo (117 anni)
Il 19 agosto 2024, all’età di 117 anni e 168 giorni, si è spenta Maria Branyas Morera, l’ex donna più anziana del mondo. Nata a San Francisco nel 1907 e trasferitasi in Catalogna da bambina, Maria ha attraversato tre secoli, affrontato guerre, pandemie e cambiamenti epocali. Prima di morire, però, ha voluto fare un dono prezioso all’umanità. Rivolgendosi ai medici che l’hanno seguita negli ultimi anni, disse: “Studiatemi, imparate da me”. La sua richiesta non era un vezzo, ma un desiderio sincero: che la sua straordinaria longevità potesse diventare un tassello fondamentale per comprendere come l’essere umano possa vivere più a lungo e meglio.
A un anno dalla sua scomparsa, i risultati degli studi condotti su di lei dall’Istituto di Ricerca sulla Leucemia Josep Carreras di Barcellona sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports Medicine. Il gruppo guidato dal dottor Manel Esteller, insieme al ricercatore Eloy Santos, ha analizzato nel dettaglio il patrimonio genetico, il sistema immunitario e il microbioma della supercentenaria. I dati emersi raccontano una storia scientifica sorprendente, fatta di dualità biologiche, fattori protettivi rari e abitudini quotidiane semplici ma efficaci.
Maria Branyas Morera non era solo un caso eccezionale di longevità: era un enigma vivente che oggi, grazie alla ricerca, offre risposte fondamentali sull’invecchiamento sano.
Un corpo giovane in un’anima centenaria
La scoperta forse più sorprendente riguarda la differenza tra età anagrafica e biologica. Secondo i marcatori epigenetici analizzati, il corpo di Maria mostrava un’età biologica inferiore di ben 23 anni rispetto a quella cronologica. In altre parole, all’età di 117 anni, il suo organismo ne dimostrava poco meno di 95. “Le sue cellule si comportavano come quelle di una persona molto più giovane”, ha spiegato Esteller.
Questo non significa che Maria fosse immune ai segni del tempo: i suoi telomeri, cioè le estremità dei cromosomi che si accorciano con l’invecchiamento, erano insolitamente corti, così come alcune cellule immunitarie mostravano caratteristiche senescenti. Eppure, accanto a questi indicatori di “vecchiaia estrema”, il suo corpo conservava capacità protettive fuori dal comune. Un equilibrio quasi paradossale, che rappresenta una chiave scientifica di grande valore.
Un sistema immunitario eccezionale
Uno dei segreti della sua longevità era un sistema immunitario straordinariamente efficiente. Maria era in grado di difendersi dai microrganismi patogeni senza sviluppare reazioni autoimmuni dannose, un equilibrio che raramente si mantiene in età avanzata. È grazie a questa caratteristica se riuscì a superare eventi devastanti come l’influenza spagnola del 1918 e, più di un secolo dopo, il Covid-19, contratto a 113 anni. Nonostante l’età, lo affrontò senza complicazioni, riportando soltanto sintomi lievi.
Gli studiosi hanno osservato come il suo sistema immunitario fosse in grado di “ricordare” le infezioni passate, proteggendola senza però cadere in un’iperattivazione infiammatoria, tipica invece di molti anziani. Questo equilibrio le ha garantito una resistenza sorprendente alle malattie.
Un microbioma da bambina
Altro elemento decisivo era nascosto nel suo intestino. L’analisi del microbioma ha infatti rivelato che la flora batterica di Maria era dominata da bifidobatteri benefici, una condizione più comune nei bambini che negli anziani. Questo equilibrio microbico contribuiva a mantenere bassi i livelli di infiammazione sistemica, riducendo il rischio di malattie croniche e preservando l’efficienza digestiva e immunitaria.
Secondo i ricercatori, il microbioma di Maria le ha regalato tre grandi vantaggi: una digestione migliore, una difesa immunitaria più pronta e una significativa riduzione dell’infiammazione cronica, considerata uno dei principali motori dell’invecchiamento.
Il mistero dei telomeri
Eppure, il caso di Maria Branyas Morera non smette di stupire. I suoi telomeri erano molto più corti rispetto alla media, addirittura del 40% in meno rispetto a donne di qualsiasi età. Normalmente, telomeri accorciati sono associati a un aumento del rischio di malattie, in particolare tumori e patologie degenerative. Nel suo caso, invece, accadde l’opposto: Maria non sviluppò mai alcun tipo di cancro.
La spiegazione ipotizzata dai ricercatori è affascinante. Proprio la morte precoce delle cellule, dovuta ai telomeri accorciati, avrebbe impedito la proliferazione incontrollata tipica delle cellule tumorali. Un meccanismo biologico che si è rivelato paradossalmente protettivo, sfidando le teorie più comuni sull’invecchiamento.
Il ruolo dei geni protettivi
Non meno importante è stato l’apporto del suo patrimonio genetico. Gli studi hanno identificato varianti rare che la proteggevano dalle principali cause di mortalità nell’età avanzata: malattie cardiovascolari, neurodegenerative e metaboliche. Non si trattava di un singolo gene miracoloso, ma di una combinazione di fattori biologici che insieme hanno costruito una sorta di scudo naturale.
Il risultato è che Maria, a differenza di quasi tutti i suoi coetanei, non ha mai sofferto di patologie gravi. Non ha conosciuto il cancro, non ha avuto problemi cardiovascolari né segni di demenza. A parte un progressivo calo dell’udito, ha attraversato oltre un secolo di vita in condizioni di salute straordinariamente stabili.
Stile di vita semplice, abitudini solide
Se il corredo genetico e le caratteristiche biologiche hanno avuto un ruolo centrale, non meno importanti sono state le abitudini quotidiane. Maria seguiva uno stile di vita mediterraneo, fatto di alimentazione sana e attività fisica moderata. Ogni giorno faceva passeggiate di circa un’ora, consumava tre yogurt, non beveva alcolici, non fumava e manteneva un peso corporeo nella norma.
Ma oltre agli aspetti materiali, c’è un altro elemento che i ricercatori hanno voluto sottolineare: la rete sociale. Maria ha vissuto sempre circondata dall’affetto dei suoi cari. Alla sua morte ha lasciato due figlie ultranovantenni, testimonianza non solo della sua longevità, ma anche di un ambiente familiare che l’ha sostenuta fino all’ultimo. L’aspetto psicologico e relazionale, spiegano gli studiosi, non può essere trascurato quando si parla di invecchiamento sano.
Le implicazioni per la medicina del futuro
Il caso di Maria Branyas Morera segna una svolta nella ricerca sull’invecchiamento. Per la prima volta è stato possibile distinguere con chiarezza tra vecchiaia e malattia, mostrando che un’età estrema non comporta necessariamente un declino irreversibile. La chiave, sembra emergere dai suoi dati, è nella coesistenza di fattori biologici protettivi che compensano quelli degenerativi.
Le implicazioni sono enormi. Capire come il suo sistema immunitario abbia mantenuto un’efficienza giovanile, come il microbioma intestinale sia rimasto “da bambina” e come il suo Dna abbia attivato combinazioni protettive potrà fornire strumenti preziosi per lo sviluppo di nuove terapie anti-invecchiamento. In particolare, le ricerche aprono scenari promettenti nello studio di patologie strettamente legate all’età, come i tumori del sangue e le malattie neurodegenerative.
“Maria ci ha insegnato che l’invecchiamento estremo non è sinonimo di malattia. È una condizione complessa, fatta di equilibri delicati che la scienza sta iniziando a comprendere”, ha dichiarato Esteller.
La sua eredità non è dunque solo il record di longevità, ma soprattutto un messaggio di speranza per la medicina del futuro. Forse un giorno sarà possibile applicare a tutti quegli stessi meccanismi che hanno protetto Maria per oltre un secolo, permettendo a sempre più persone di invecchiare con salute, lucidità e dignità.
In fondo, la vita di Maria Branyas Morera, vissuta tra due continenti e tre secoli, rimarrà un simbolo non solo di resistenza al tempo, ma anche di generosità verso l’umanità. Perché con il suo ultimo gesto, quello di offrirsi alla scienza, ha donato al mondo la possibilità di vivere meglio e più a lungo.
